donne che sanno usare la frusta senza pietà

donne che sanno usare la frusta senza pietà

 

donne che sanno usare la frusta senza pietà

 

Divina valkiria 899 211 117

Prostrato sul pavimento, con l’addome schiacciato contro le gambe e le braccia legate da un nodo inestricabile, attendo il ritorno della Padrona da non so più quante ore. Ho perso il senso del tempo dopo le prime quattro ore immobilizzato nell’immobilità. La maschera che ho sul volto, e che mi impedisce di vedere, mi ha come isolato dal resto del mondo. Esistiamo solo io, qualche debole eco in lontananza e il dolore alle giunture che mi squassa.
Dovrei essere nudo, la Padrona pretende che tutti i suoi schiavi lo siano. Con me ha fatto un’eccezione. Dominare un uomo di banca, un promotore finanziario responsabile del settore finanza di uno degli istituti più potenti d’Italia, le ha messo voglia di dominarmi facendomi indossare la mia “divisa” d’ordinanza. La cravatta pende mollemente dalla mia gola e la sua stretta è ancor più fastidiosa del solito a causa del collare che la dominatrice mi ha apposto al collo. E’ un pesante collare di cuoio nero.
Le mie braccia solo legate fra loro all’altezza dei polsi e dei gomiti. Formano un bizzarro triangolo isoscele sopra le mie spalle e sono sostenute da una corda che va ad annodarsi sul soffitto. E non è solo questo a dolermi. Le vecchie torture sembrano le più efficaci. I ceci sotto le mie tibie mi stanno lanciando delle fitte terribili, sono come punteruoli che si conficcano entro la mia carne. Ma non posso muovermi. Altre corde assicurano il mio busto alle cosce e serrano le gambe fra loro. Le spalle sono legate in modo da impedirmi di muovere le braccia o di sollevarmi anche solo di qualche centimetro. Non so quanto potrò andare avanti…
Poi, finalmente, un sibilo oltre la porta. Rumore di tacchi sul pavimento. Qualcuno è entrato nell’anticamera del dungeon. Non faccio fatica a capire di chi si tratta. Nessuno ha le chiavi di questo luogo magico, a parte la sovrana che qui domina incontrastata e la sua assistente. Sento il suono dei passi che si fa inesorabilmente più vicino, sebbene con quella studiata lentezza di cui la Padrona è maestra. E in quel momento le fitte dei ceci e delle corde mi giungono più lancinanti che mai. Sono come frustate che si abbattono nelle mie ossa e fanno fremere il mio essere. Vorrei che lei fosse già qui, che mi sciogliesse, che mi liberasse. So che dopo mi toccherebbe subire una tortura di pari intensità, se non più crudele. Ugualmente vorrei che la maschera che mi opprime il volto venisse tolta. Per rivedere la luce…e per rivedere Lei.
Il ticchettare dei tacchi alti si è fatto più vicino. La Padrona mi è giunta accanto. Lo percepisco nonostante lo strato di cuoio premuto contro le tempie; la maschera trasforma ogni suono in una vibrazione indistinguibile e mi rende difficile stabilire da quale direzione provengono i rumori. Penso che adesso la Padrona scioglierà i nodi che solo lei sa e può sciogliere. Penso che adesso potrò far riposare le mie gambe, piagate e annerite dalla pressione sui ceci. Penso che adesso il dolore sarà rivolto contro un’altra parte del mio corpo. Invece niente. I nodi non si sciolgono, le braccia restano sollevate in quel bizzarro triangolo isoscele di cui ho detto, i ceci scavano ancora nella mia carne. E d’improvviso il dolore si fa ancora più forte. Qualcosa mi opprime la schiena. Mi schiaccia contro il pavimento, tende dolorosamente la corda che mi sostiene le braccia e sembra spezzarmi in due all’altezza delle vertebre lombari. La Padrona si è seduta su di me. Mi sta usando come uno sgabello. Normale, per lei, adoprare uno schiavo già prossimo al punto di rottura per spingerlo là, oltre i suoi limiti.
Resta su di me per qualche minuto, e in un primo momento non riesco a capire cosa stia facendo. Immagino che sia lì solo per procurarmi altro dolore. La piace farmi soffrire. Poi sento cadere qualcosa a terra. Una delle sue scarpe. Poi l’altra. Si alza e si allontana. Le scarpe sono ancora lì, accanto a me. Con la maschera calata sul volto non riesco ad apprezzarne la fragranza come desidererei, ma suppongo che anche questo faccia parte della prova psicologica alla quale mi sta sottoponendo. La scarpiera è di là, nell’anticamera del dungeon. La Padrona vi si reca e indossa un altro paio si calzature, probabilmente quelle che piacciono a me, stivali alti al ginocchio con il tacco affilatissimo. Oppure una paio di sandali. Non la sento neppure tornare. E’ la sua voce a scuotermi all’improvviso.
“Allora? Non si saluta più la propria Padrona?”
Cerco di rispondere, ma ogni tentativo viene frustrato dalla maschera e dalla stretta del collare. Dalla mia bocca esce solo un blando mugolio.
“Non sai quanto ho camminato, oggi” dice la Padrona, mentre i nodi vengono sciolti.
“Non riesci a rispondere con questa maschera, vero? Credo sia giunto il momento di toglierla”
E la maschera viene tolta. Mi accorgo che è quasi sera, che il cielo si sta tinteggiando di rosso e che le scarpe poc’anzi abbandonate accanto al mio volto sono state tolte dalla sovrana. Lei è lì, in piedi davanti a me. Troneggia sulla mia figura inerme come una regina. Indossa un soprabito lungo e nero, di pelle, e degli stivali. I miei preferiti. Mi accuccio ancora di più e vado a baciarli. Lei mi lascia fare.
“Come va? Ancora un po’ anchilosato?”
“Sì, Padrona”
“E i ceci? Hanno fatto il loro dovere?”
“Sì, Padrona”
“Bene, devi sapere che la tua sofferenza è il mio piacere. Godo quanto non immagini, sapendo che te ne sei rimasto immobile, ad attendermi come lo schiavo che sei, supplicando il mio ritorno. E mi fa ancor più piacere sapere che per gli altri tu sei uno stimato dirigente di banca, mentre per me sei solo una lurida larva da schiacciare sotto i piedi”
“Sì, Padrona”
“Sì Padrona…sì Padrona…sei un telefono guasto?”
“Esisto per servirla”
“Ah, adesso ci siamo”
“Grazie, Padrona…”
Mi chino e le bacio gli stivali. Di più, glieli lecco dalla punta fino alla tomaia. Noto che vi è un po’ di polvere sui bordi della suola e lecco anche quella. Le calzature della Padrona devono essere sempre lucide. Ci tengo molto al mio ruolo di schiavo lecca scarpe, la Padrona dice che sono il verme che tratta le sue divine calzature con più devozione. Così, come fosse la cosa più naturale del mondo, la Padrona si volta e solleva di qualche centimetro il tacco dello stivale destro dal pavimento.
“E questo non lo pulisci?” mi domanda.
“Certo, Padrona”
Non ho terminato di pronunciare la mia frase di rito che la mia lingua è già sul tacco. Passa e ripassa su quell’asta di dieci centimetri, raccogliendo ogni brandello di polvere che si è accumulato, e alla fine ingoia tutto.
“Anche la punta. Anche dove tocca per terra” dice la Padrona.
“Sì, certo, Padrona…”
Lo avrei fatto comunque. La mia venerazione per i sensualissimi stivali di Mistress Isideè illimitata. Così, prendo in bocca la punta del tacco e inizio un movimento alternato dentro-fuori come la più consumata puttana da strada che fa un pompino ad un cliente troppo esigente. Lo faccio volentieri e senza commettere sbavature. All’improvviso il tacco torna ad abbassarsi, e io non faccio in tempo a sfilare la punta di bocca. La padrona mi arpiona la mascella al pavimento con incurante tranquillità. Non sembra importarle se la punta aguzza del tacco mi passerà da parte a parte, e la pressione comincia velocemente a farsi impegnativa.
“Ti piace?” commenta divertita.
“Hummmm…”
“Allora?”
“Shi…Pad…Pad…”
“Ah ah…sta’ zitto! Sei ridicolo!”
Quando penso che il peso della sua gamba finirà con lo spaccarmi qualche cosa, finalmente la sovrana sfila il tacco dalla mia bocca appena. Si muove verso la gogna di legno, posta in un angolo del dungeon, e mi fa un cenno con la mano.
“Seguimi”
“Sì, Padrona…obbedisco”
Faccio per sollevarmi in piedi, ma le gambe ancora doloranti mi tradiscono e finisco per terra.
“Chi ti ha detto di alzarti? Resta a terra, schifoso di uno schiavo”
“Sì, Padrona”
“Oltretutto non riesci neppure a camminare come un essere umano. Sei solo una larva!”
“Sì, ha ragione…”
“Vuoi muoverti o no?” mi incita la Padrona, questa volta con il tono di voce di chi sta per perdere la pazienza “Sbrigati, cane”
Mi arrangio come posso. Ogni volta che le ginocchia toccano il pavimento, una fitta s’irradia dai nervi della gamba e sembra raggiungermi il cervello. Ansimo anche solo cercando di restare a quattro zampe. Lei è lì, irraggiungibile. Ha appena aperto la gogna e questo mi fa capire che presto verrò nuovamente imprigionato come merito…Chissà per quanto tempo. Chissà per quante ore.
Non appena giungo vicino ai suoi piedi, la Padrona mi afferra per i capelli e mi costringe a sollevare la testa. Nella mano destra stringe un guinzaglio lungo un metro. Lo appone al collare e mi strattona senza pietà.
“Seguimi in silenzio” ordina.
Mi fa compiere un paio di giri in tondo del dungeon e mi riporta alla gogna. La stanza non è grande, sono solo pochi passi da compiere. Ma le mie condizioni sono tutt’altro che buone. Ogni passo è uno sforzo enorme. Mentre passiamo accanto alla rastrelliera delle fruste e dei frustini, la Padrona afferra un gatto a nove code e inizia a lisciarlo con fare minaccioso. Di nuovo in ginocchio alla gogna, mi fa togliere la giacca e la camicia.
“La cravatta no. Quella lasciatela” dice “Così mi ricordo che tu sei un grande uomo d’affari. Un personaggio tosto…ah ah…guardalo lì quant’è grande, ora, il nostro banchiere. Un misero leccasuole che non riesce seppure a reggersi in piedi. Solo questo sei, davanti a me”
“Sì, Padrona”
E mentre lo ammetto, getto via scompostamente i miei abiti di marca quasi fossero stracci senza valore.
“Metti la testa e le braccia dove sai”
Mi sollevo a mezz’altezza e poggio il collo nel foro centrale dell’attrezzo in legno.
“Ti ho mai messo alla gogna?”
“No, Padrona”
“Ah, prima volta, dunque…”
“Sì”
“Bene…si tratta dell’attrezzo giusto per un personaggio importante come te, quindi dobbiamo recuperare il tempo perduto. Te ne starai qui buono buono mentre io vado a mangiare, e questa notte la trascorrerai nella gabbia. Per un banchiere non è un posto insolito, non trovi?”
“Sì, Padrona”
Blocca la serratura della gogna e si allontana. Rispetto alla posizione che sono stato costretto a tenere per tutto il pomeriggio questo è quasi uno scherzo. O meglio, lo sarebbe se non vedessi già le stelle dal dolore e dalla fatica. Le gambe cedono, la colonna vertebrale manda fitte in tutto il busto.
Per qualche minuto non accade niente. Sento rumori provenire dalla stanza adiacente, ma niente di più. La Padrona sta per uscire e non lo può fare con indosso un soprabito da mistress e stivaloni neri. Si starà cambiando, penso. Infatti, poco dopo, la vedo tornare con un abbigliamento più borghese; pantaloni neri abbastanza attillati, giacca nera e, ai piedi, delle decolleté dal tacco medio.
“Non starò via molto a lungo, schiavo…un paio d’ore al massimo” promette con un sorriso furbo che sembra deridermi “Peccato, mi sarebbe piaciuto farti soffrire in questa posizione molto più a lungo. Ma vi saranno altre occasioni. Ora, però, prima di andare…”
Prende uno sgabello e lo mette davanti alla gogna, dopodiché si siede su una poltrona e solleva le gambe, poggiando i piedi sullo sgabello. Mi ritrovo le suole delle scarpe a pochi centimetri dalla faccia.
“Come leccatore di scarpe sei bravino. Ti promuovo a leccasuole. Sei contento?”
“Sì, Padrona…”
E’ un grande onore, senza dubbio. Tuttavia mi domando se leccare le suole di scarpe usate frequentemente per strada non sia pericoloso. Chissà cosa possono aver calpestato…polvere, sudiciume, escrementi…non lo so. Potrei anche prendermi un’infezione o qualcosa di grave. Ma la Padrona non sembra preoccuparsene più di tanto. Non capisco se sia perché è sicura che non mi accadrà niente di male o se semplicemente della mia salute non gliene importa nulla. Ad ogni modo inizio a leccare come uno schiavo devoto a cui è stato fatto un gradito complimento. La lingua passa sulle suole, raschia via polvere e granelli di chissà quale materiale e lucida per bene la superficie del cuoio. Ho la lingua annerita dal lavoro.
La Padrona, nel frattempo, sfoglia una rivista. A più riprese abbassa il giornale e mi osserva lavorare. E’ soddisfatta del mio lavoro e sorride compiaciuta. Ogni tanto muove un piede oppure l’altro, indicandomi la zona nella quale dovrò concentrare la mia opera di pulizia.
Qualche minuto più tardi, quando ormai il sapore acre della sporcizia di scarpe mi ha completamente privato del senso del gusto, la Padrona toglie le gambe dallo sgabello e si alza in piedi.
“Sei un vero leccasuole”
“Sì, Padrona…” cerco di dire, ma la lingua è impastata di qualcosa di schifosamente amaro e ne escono parole mangiucchiate.
Mistress Isideafferra il gatto a nove code e mi frusta con forza sulla schiena. Una volta. Due. Tre…i colpi si succedono con continuità, velocemente. Fendenti dolorosi, vibrati da una mano esperta.
“Goditi la tua serata, bestia. Stasera non mangerai altro che ciò che ti è stato dato dalle mie scarpe”
E mentre dice questo mi assesta altri colpi di frusta.
“Sì, Padrona”
E’ il tramonto. Presto nella sala dungeon calerà il buio. Non appena la porta si chiude alle spalle della Padrona, sospiro sfinito, ceco di deglutire la saliva repellente che mi si è fermata nel palato e attendo il Suo ritorno.
Sono uno schiavo.
Questo è il mio dovere. Questa è la mia dimensione.

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